Oggi è una giornata i cui riemerge quel sentimento di scoratezza, di debolezza e flebile possibilità di cambiamento insita da svariati anni che riguarda l’essere italiano.
E’ un ciclo che torna in me, è un sentimento altalenante, si esplicita per poi tacere alcuni mesi e ritornare ancora più tagliente. Ci sono mesi interi in cui sei oberato di lavoro, altri in cui hai problemi personali e altri in cui vuoi soltanto non pensare e te ne fotti per una mezza giornata (ma non lo fai completamente poiché domani si lavora e non te la godi). Ma lui è soltanto adombrato nella tua testa, nel tuo costato, ed è pronto a ritornare a galla.
Bene oggi è uno di quei giorni in cui essere italiano mi mortifica. Perché? E’ palese: l’italianità, da proprietà civile di chi nasce nel paese dei “santi poeti e navigatori”, è da anni una effigie tatuata sul petto, una lettera scarlatta che non riusciamo a toglierci, il trademark che ci rende ridicoli davanti al mondo.
Per ogni dovere che ogni italiano è chiamato a svolgere e che devi svolgere, un folto gruppo se ne fotte come se la legge fosse un criterio da seguire a piacimento. Tu paghi le tasse, noi le evadiamo. Tu scrivi la tesi, noi la scarichiamo da internet. Tu lavori tanto, limitando la tua vita quotidiana per 2 soldi, noi siamo impiegati statali intoccabili a fumare sigarette in ufficio. Tu sei bravo, noi siamo amici e cugini.
Leggo l’articolo di Servegnini, guardo il video di Zoro e non posso fare altro che intristirmi. Speriamo che domani vada meglio, anche se non sarà così.
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